Storie

Le sgallettate

Quando vedo in giro delle “sgallettate” sorrido pensando a quando lo ero anche io. Secondo me, consapevolmente o no, tutte lo siamo state. E’ quella fase di crescita in cui ti senti sicura di te e metti in “piazza” le tue doti fisiche un po per gioco, un po per cercare un confronto, molto più spesso per trovare un uomo.

Credo sia giusto che ognuna si esprima come meglio crede, e non importa se sei davvero bella o brutta, magra o cicciottella, l’importante è come ti senti perché  è cosi che gli altri devono vederti. Per quanto mi riguarda credo che nessuno si sia accorto del mio periodo da sgallettata ma io mai mi sono sentita attraente come in quei giorni, sicura di me, scema al punto giusto.

Nonostante la mia consapevolezza di piacere, selezionavo a lungo i miei abiti ma poi indossavo sempre gli stessi: la “divisa” della prima uscita, il vestito dell’acchiappo o quello che mi portava fortuna, nel caso fosse necessaria.

Dopo un breve periodo di rodaggio avevo già le mie teorie sugli uomini, se ti invita a casa sua alla prima uscita lascia perdere, se esce con te solo dal lunedì al venerdì è già impegnato, idem se vuole venire sempre da te e non ti invita mai a casa sua e, se vive ancora in famiglia è mammone.

Avevo anche formulato un mio catalogo comportamentale che, però, ho trasgredito spesso. Mi sono innamorata tante volte ma mai veramente.

Tutti gli uomini che sceglievo, sempre con le stesso caratteristiche, erano comunque sbagliati e ci ho messo un po di tempo a capire che il vero problema non erano loro ma io.

Ma tra gli aspetti peggiori del periodo ci sono stati i tacchi. Nel cercare di essere sempre femminile gli ho indossati in situazioni improbabili come nella terra dove oltre a sporcarsi tracciavano nel terreno solchi pronti alla semina. Oppure sui san pietrini, dove non solo mi sentivo in bilico ma mi è anche capitato che si siano incastrati nelle fessure delle pietre e sono stata costretta a dire “vi raggiungo” per non far assistere alla scena in cui ti sfili la scarpa e con il braccio cerchi di liberarne il tacco.

Il peggio poi è quando decidevo di portarli tutto il giorno e già dopo dieci minuti da quando gli avevo indossati mi facevano male. Trascorrevo il resto della giornata, a sorridere disinvolta per non far trapelare l’espressione dolorosa del mio disagio. Quel dolore lo sento ancora oggi se ci ripenso.

Certamente un periodo ricco di emozioni, di freddo nella pancia, ma anche di ansia e di tanti punti interrogativi. Bello, si, ma faticoso. Quando guardo le sgallettate di oggi, discreto o no che siano, penso sempre di essere fortunata ad averlo superato e vivere oggi con qualche kilo (e Ahimè anno) in più, ma tranquilla e con un bel paio di scarpe comode ai piedi.

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